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MEDITAZIONE YOGA

YOGA
Pregare per te
La pratica spirituale più istintiva per entrare in contatto con il tuo spazio sacro interiore



Comincio con una rivelazione: prego per trovare un parcheggio. Forse è il bambino in me che crede nelle magie, ma quando ho bisogno di qualcosa, quando comincio un qualsiasi progetto, prego. Alcune di queste, credo possano essere considerate spiritualmente corrette. Sono dedicate a persone che hanno bisogno, o affinché le mie azioni posano portare beneficio. Però ammetto che prego anche per un problema che non riesco a risolvere, perché un workshop sia affollato e così via. La metà delle volte funziona. La preghiera è la pratica più diretta per comunicare direttamente con il divino, per creare una connessione quasi immediata con il presente, la sincronicità, la grazia, per nutrire l’ispirazione. Anche per questo motivo l’insegnamento dei grandi praticanti della preghiera, come il poeta Sufi Jalaluddin Rumi o la Mistica Cattolica Teresa d’Avila, affermano che non è importante lo stato in cui ti trovi, o i motivi che ti spingono alla preghiera. “Se non riesci a pregare con sincerità offri la tua preghiera asciutta e ipocrita” scrive Rumi, “nella sua immensa Grazia, lui accetta anche le monete false”.
Il tuo Dio ti accetta
Quando si tratta di preghiera, sii come sei, non devi necessariamente essere pio, sentirti buono, e neanche farti illusioni che la preghiera risolva tutto. Fallo e basta, rimani in attesa e forse troverai la connessione giusta. La preghiera, soprattutto quella che chiede a Dio dei favori, ha una reputazione poco chiara tra chi pratica yoga. Forse perché tendiamo ad associare la preghiera ad una religione organizzata. Una volta uno studente mi ha detto, “amo lo yoga perché non è una religione”, e molti ritengono che la preghiera sia inutile, una sorta di placebo. E anche se sei disposto ad accettare l’efficacia della preghiera, rimane il tema dell’autorità divina a cui la indirizzi, una gerarchia spirituale dettata dall’alto, confusa, ove è difficile riconoscersi. Credo non sia un caso che filosofie come lo Zen o la meditazione Vipassana, con il loro approccio minimalista e non teistico alla meditazione, siano una scelta abbracciata da così tante persone in Occidente nel terzo millennio.
L’aspetto sacro della vita
Perché uno yogi dovrebbe pregare? Ci sono 3 ragioni: la preghiera allenta la corazza attorno al cuore e ti apre alla ricezione dei segnali dell’universo; la preghiera trasforma l’energia della disperazione in fiducia, da un stato difensivo alla confidenza, da uno stato d’ansia a quello di calma.
In secondo luogo la preghiera ti porta in contatto con l’aspetto sacro della vita. Uno spazio intimo ove non devi essere altro che te stesso nella maniera più umile. Puoi confidare la tua confusione, urlare, chiedere aiuto, ringraziare, protestare. Puoi essere bisognoso e aprirti senza timori al divino. “Cosa è l’abbondanza senza un mendicante?” scrive Rumi, “Cosa è la generosità senza un ospite? Sii un accattone, perché la bellezza cerca uno specchio e l’acqua sta invocando un uomo assetato”.
Il terzo motivo è perché pregare è una pratica profonda e ispirata. Da compiere a qualsiasi livello spirituale, da utilizzare per conoscere i tuoi bisogni ed entrare in contatto con te stesso.
Parole di elogio
La preghiera è uno dei grandi metodi per esercitare una forma di yoga devozionale “bhakti” che comprende la ripetizione di mantra, evocare la tua intenzione all’inizio di una classe di yoga, e cantare insieme, non così distante da un rito pentecostale in cui si invoca la “Lode al Signore”. Prova a cantare un Om come fosse una preghiera e senti come risuona profondamente dentro il cuore. Nella pratica della preghiera cristiana è contemplata una forma di preghiera silente per orientare il cuore al divino ed è essenzialmente una forma di meditazione. La preghiera richiede tre momenti: la petizione, la confessione e la lode. Questi momenti possono essere condivisi o separati. All’inizio della pratica di una preghiera, ripeti automaticamente un’invocazione, con un forte senso di dualità e separazione; ti percepisci come un piccolo “sé” che si rivolge a un Grande Dio dell’universo. Nel corso della preghiera lo stato della domanda si trasforma, diventa più profonda e conduce ad un momento di comunione con il divino (che nella tradizione yoga si chiama darshan). Nel suo livello più elevato la preghiera è indirizzata al tuo Sé divino più intimo, non più separato dal resto dell’universo.
Negoziare il destino
La maggior parte di noi affronta il tema della preghiera quando ha bisogno di favori. Certamente gli antichi saggi, essendo dei rinunciatari alle cose mondane non avrebbero mai ammesso di chiedere delle petizioni in cambio di gratitudine; ciononostante i bisognidell’uomo, già nella cultura Vedica, sono inni e lodi alla richiesta di cibo, protezione e prosperità. La meditazione metta, sull’amore universale (“Che tutti gli esseri umani posano essere felici”), ricade nella categoria delle suppliche. Tutto dipende dalla sincerità che porti alla tua preghiera e dalla capacità di spostare l’ottica della richiesta dal mondo esterno alla gratitudine, forza e amore che albergano in te. Ad un livello molto basso una preghiera di richiesta molto esplicita è una combinazione di lusinga, ostinazione e ricatto; spesso è rivolta ad una figura Divina, quasi genitoriale, cui si chiede la risoluzione di un desiderio con una promessa in cambio di un piccolo sacrificio o fioretto: “riconosco la tua grandezza, solo se ti prendi cura di me”. Bisogna riconoscere che nella storia molte preghiere di questo tipo sono state offerte e c’è anche una saggezza in esse. Quando chiedi un favore, sei disposto a fare spazio e liberarti di qualcosa al suo posto. Una legge che è stata ignorata da un supplicante in una delle mie storie Sufi preferite. Un uomo, che aveva perso uno dei suoi anelli più preziosi, stava pregando per ritrovarlo e offriva la metà del suo valore in beneficenza. Alla fine della preghiera aprì gli occhi e vide l’anello davanti a sé, “non ti scomodare Dio”, disse, “l’ho trovato da solo”. Quando chiedi dei favori al cosmo, puoi attenderti che esso risponda “No”. Un mio studente diventò ostile alla preghiera e alla ricerca del Divino, avendo pregato moltissimo per la malattia di suo fratello, che comunque seguì il suo triste destino.
Una relazione divina
Teresa d’Avila, dopo una serie di incidenti, malattie e disavventure, scrisse: “Signore, se è in questo modo che tratti i tuoi amici, è incredibile che te ne siano rimasti accanto così tanti!”. Non te la prendi con Dio se non senti che Dio è reale, e se non hai una sincera relazione emotiva con lui. Un aneddoto simpatico racconta di un devoto di Krishna che, dopo averlo adorato e pregato ogni giorno e non vedendo materializzati i suoi desideri, un giorno spostò la sua statua e la rimpiazzò con Rama. Il giorno seguente, mentre offriva l’incenso a Rama, notò che dalle narici della statua di Krishna usciva del fumo. Il devoto chiuse le narici della statua e disse: “Non devi odorare il mio incenso!”. In quel momento la statua diventò viva e chiese: “Mio caro, cosa posso fare per te?”. L’uomo rispose: “Ma ti ho supplicato per anni, perché ti manifesti solo adesso?”. E Krishna, sorridendo: “Quando hai chiuso le narici della statua, è stata la prima volta in questi anni che mi hai trattato come una persona vera, e quindi ho risposto alle tue preghiere”. Questo livello intimo di preghiera, non tanto verso una specifica divinità, quanto verso il sentimento sacro che diventa reale in noi, ci porta a trasformare la supplica in una conversazione, in uno spazio spirituale molto più vasto. La preghiera diventa gratitudine. Questa include tutti i momenti in cui dici “Grazie” per labellezza e la fortuna che hai nella vita.
Rimorsi
Ci sono poi preghiere, meno gioiose, ma egualmente connesse con il tuo spazio sacro, legate al rimorso e alla confessione. Ogni tradizione religiosa ha una sua formula per verbalizzare al divino: “Mi dispiace, ho sbagliato, aiutami a capire e fare ammenda”. La cultura dello yoga tende a sorvolare la forza emotiva del rimorso, perché legato al tema della colpa e pentimento, all’auto punizione. Nel mondo occidentale, anche il tema della confessione, soprattutto per i soggetti con bassa autostima, porta a galla emozioni di vergogna e colpa, ben lontani dal sentimento di preghiera. Ciononostante pregare per un rimorso rimane una delle tecnologie più potenti per dissolvere le ombre che oscurano i tuoi doni spirituali. Ammettere un errore è un fuoco purificatore che brucia le ostruzioni. Nel momento in cui cominci a sentirti piccolo, inutile, scomodo a te stesso, qualcosa in te riemergerà rinnovato e unito di nuovo a te stesso. La confessione non deve essere legata a ciò che hai fatto di sbagliato. Puoi confessare il tuo stato emotivo, “Sono qui e sono triste per la rabbia che ho generato”, e pregare per sedare i sentimenti di crudeltà o insensibilità che hai provato “faccio del mio meglio, e ringrazio questa esperienza per aprirmi alla gentilezza”. Anche questa è una potente forma di purificazione, che ti libera dai pensieri negativi e ti avvicina al sacro. Pregare è, nel suo significato più profondo, una pratica di relazione. Più che ottenere ciò che “desideri”, più che migliorare il tuo stato emozionale, la preghiera ti rende consapevole che c’è uno spazio lì fuori, collegato a te, che si prende cura di te e ti protegge.
Campana a vento in conchiglia Capiz piccola

Campana a vento in conchiglia Capiz piccola

Codice prodotto: 12058
Dimensioni: 10×35 cm
Campana a vento multicolore in conchiglia Capiz piccola

Questa bellissima e colorata campana a vento ha 7 fili ciascuno con 7 cerchi in conchiglia di differenti colori. Quando mossa dal vento, questa campana dona un piacevole suono di pace.
Colore: rosso - arancione - giallo- verde - azzurro - blu scuro - viola misto

Conchiglie Capiz:
Le conchiglie Capiz sono in realtà i gusci esterni di un mollusco marino, il cui nome scientifico è placuna placenta, più comunemente noto come "ostrica finestrella". Le conchiglie Capiz delle Filippine sono così chiamate perché originariamente venivano raccolte nelle acque costiere poco profonde vicino alla città di Capiz, sull'isola di Panay. Una volta puliti, i gusci sono naturalmente traslucidi e, se dipinti consentono un gioco splendido tra luce e colore.

12.00 € Aggiungi
Campanelli con Rudraksha e simboli OHM

Campanelli con Rudraksha e simboli OHM

Codice prodotto: 16813
Dimensioni: 25×9 cm
Campanelli con Rudraksha e simboli OHM

Materiale: ottone, semi di Rudraksha.

17.90 € Aggiungi
Campana di cristallo nota FA

Campana di cristallo nota FA

Codice prodotto: F1703
Dimensioni: 35 cm
Campana di cristallo nota FA

La campana nota FA, viene consegnata con un batacchio in pelle e un anello in gomma per tenere in equilibrio la ciotola. Vi consigliamo anche di ordinare un martelletto in gomma, prodotto 1714.

260.00 € Aggiungi
Campana di cristallo nota MI diametro più grande

Campana di cristallo nota MI diametro più grande

Codice prodotto: E1702
Dimensioni: 30 cm
Campana di cristallo nota MI - diametro più grande

La campana nota MI, viene consegnata con un batacchio in pelle e un anello in gomma per tenere in equilibrio la ciotola. Vi consigliamo anche di ordinare un martelletto in gomma, prodotto # 1714.

180.00 € Aggiungi
I semi del cambiamento: il Buon Karma
Comprendi il karma per coltivare il tuo futuro



Karma è una parola che si ripete spesso nel mondo dello yoga e ormai anche nel lessico quotidiano, ma a volte è utilizzata in modo confuso e inappropriato. Il karma è un concetto fondamentale sia nella tradizione yoga sia in quella buddhista ed è l’insegnamento cardine, in queste filosofie, per comprendere il senso della vita. Prenderne atto illumina la prospettiva esistenziale, il lavoro, la situazione finanziaria, i percorsi mentali e i comportamenti che ne scaturiscono.
La legge del Karma
Tradotta dal sanscrito, la radice karma significa azione: qualsiasi cosa dici, fai, pensi. Nella tradizione yoga, karma ha 3 differenti accezioni:
  • le azioni che svolgi nel presente;
  • l’effetto che le azioni del passato hanno sulla tua personalità e sulle tue esperienze di vita;
  • ciò che in Occidente si chiama “destino”.
Quando si dice “il mio karma”, generalmente si intende il secondo significato, riferendosi a qualcosa che si ha seminato nel passato. Quindi, è implicito che pensieri e azioni abbiano la capacità di plasmare e trasformare la realtà in continuazione. È il primo principio del karma: le azioni hanno delle conseguenze. È la legge della causa ed effetto, che si ritrova anche nella citazione biblica: “raccogli ciò che semini”. Si tratta della grande energia che crea il cambiamento, che spinge all’evoluzione. Nella comunità yoga si ha la tendenza a pensare il karma come una questione personale: le proprie azioni e le relative conseguenze. Ma non si è soli al mondo, e non si è influenzati solo da decisioni personali: c’è anche un karma collettivo collegato al tempo e al luogo in cui si vive e, a un livello superiore, a forze astrali e allineamenti.
Cambiare le abitudini
Da una certa prospettiva, le azioni che si mettono in opera per se stessi hanno più importanza solo perché si possono utilizzare per incidere sulla propria crescita personale. E questo porta al secondo principio del karma: i pensieri e le azioni del passato hanno contribuito a definire quelle del presente e lo faranno certamente nel futuro. Probabilmente già conosci il detto: “Se vuoi conoscere cosa hai fatto in passato, guarda come è la tua vita adesso. Se vuoi conoscere che persona sarai in futuro, osserva i tuoi pensieri e le tue azioni adesso”. La tradizione buddhista e quella yogica insegnano che la coscienza si muove attraverso differenti cicli di vita. Negli Yoga Sutra, Patañjali dice che pensieri e azioni del passato lasciano impronte nella memoria del subconscio, conosciute come samskara. Sono solchi, abitudini che si manifestano inconsciamente nel modo di guardare il mondo, negli atteggiamenti, nei giudizi. Viste nel loro insieme, queste abitudini determinano la personalità. Allora, quando l’intento di cambiare il proprio modo di agire e di pensare si fa più lucido e consapevole, cambia il samskara, che a sua volta cambia e rafforza l’atteggiamento. Il proverbio dice: “Semina un pensiero e raccogli un’abitudine. Semina un’abitudine e raccogli un carattere. Semina un carattere e raccogli il destino”. Per questa ragione, quando vuoi cambiare qualcosa della tua vita, è saggio cominciare a osservare il tuo modo di pensare.
Il buon karma e quello negativo
Il samskara delle vite passate determina la situazione in cui si nasce, i genitori, il tipo di temperamento e così via. Tutto questo si collega al concetto di reincarnazione, estraneo alla cultura occidentale: ma anche se, legittimamente, non credi a tutto questo, riconoscere i principi del Karma può essere molto importante per conoscere i percorsi della tua vita. Lo yoga insegna che i pensieri e le azioni del passato hanno creato una struttura in cui hai l’opportunità di crescere ed evolverti, qui e adesso. Per esplorare il lavoro da fare, in termini pratici, annota tre delle tue più importanti qualità, abilità, aree in cui sei fortunato (nella tradizione yogica, vengono definiti “buon karma”). A seguire, annota tre delle sfide più importanti della tua vita: emozioni, blocchi mentali, storie di vita che ti hanno portato un forte disagio (salute, questioni familiari), in altre parole karma negativi. Poi comincia a seguire l’intreccio tra gli aspetti positivi e quelli negativi: come hanno influenzato la tua trasformazione e crescita, fino a definire la tua personalità oggi?
La giusta azione
Il tuo futuro ha tutto da apprendere da quello che fai adesso. Il saggio Vasistha ha detto: «Non c’è forza più grande sulla Terra che la giusta azione nel momento presente». È il terzo principio del karma, il più importante: hai sempre una scelta davanti a te su cosa pensare e su come comportarti. Anche se le cose non funzionano come vorresti, la legge del karma ti rassicura sul fatto che un intento positivo messo in opera oggi tornerà inevitabilmente a tuo vantaggio nel futuro. Se l’ombra delle azioni passate ti crea degli ostacoli nelle vita, la tua azione nel presente ti aiuterà a superarli; ogni momento è il momento giusto per seminare un nuovo futuro.
Le domande che più di frequente mi vengono poste sul karma
Quando mi accade qualcosa di male, significa che ho fatto qualcosa per meritarmelo?
Certo, se mandi sms mentre guidi nel traffico può succedere un incidente, così come, se continui a mangiare junk food, aumenti di peso. Da un punto di vista yogico, molti portano dentro memorie di sofferenze e ferite subite o inferte nel passato. Questo tipo di samskara sepolto nell’inconscio rende più suscettibili a considerarsi vittime e a vivere così la propria vita presente. Quando c’è un’esperienza di perdita o un qualsiasi evento inaspettato, puoi vederlo come se fosse la pulizia di un karma negativo del passato. 25 anni fa, mentre viaggiavo in India, qualcuno rubò le mie scarpe all’entrata del tempio. Mentre mi lamentavo con la mia guida locale, lui rispose: «Invece di essere arrabbiata, sii grata: pensa che se ne è andato via un piccolo pezzo di karma negativo». In altre parole, una delle mie azioni negative precedenti era stata bilanciata con la perdita della scarpe. Ora, non è necessario essere grati per un evento negativo, ma vederla da questa prospettiva ti può far sentire un po’ meno vittima. Non viverlo come una punizione divina, e non smettere di cercare di cambiare una situazione che reputi ingiusta o di metterti al riparo da azioni di altri che possano nuocerti.
Che cos’è una relazione karmica?
Una vera e propria relazione karmica ha in sé un destino. Ti sembra di conoscere l’altra persona così bene, anche se vi siete appena incontrati, ne sei attratta, senti subito la sua influenza nelle tue scelte. Quando poi si tratta di una storia d’amore, un’infatuazione improvvisa è un chiaro segno di legame karmico, un magnete che avvicina le persone l’uno all’altro e poi la colla che le tiene insieme. Un altro segno di relazione karmica è l’istintivo sentimento del dovere verso qualcuno, oppure l’impressione che altre persone siano in obbligo verso di te: in fondo, una delle antiche definizioni della parola karma è “debito”. Un mio studente mi ha raccontato che per anni si è sentito motivato ad aiutare sua sorella più giovane, assistendola e prestandole dei soldi. A un certo punto, sua sorella gli ha detto: «Penso che tu abbia fatto già molto per me, apprezzo la tua generosità. Ma d’ora in poi, voglio essere io quella che ti porta fuori a cena». La sorella aveva appreso gli insegnamenti yoga del karma e sentiva che doveva equilibrare il debito karmico nella loro relazione. Se una relazione, secondo te, è di natura karmica, che sia un legame affettivo, familiare o professionale, è bene cercare di comprendere la dinamica sottostante. Nel caso descritto, la sorella ha capito che il legame era impari e doveva risolversi in una relazione più adulta. Analizza le situazioni senza giudizio per indirizzare la tua intenzione e rompere con i vecchi schemi.
Non sono capace di valorizzare le mie azioni. Mi hanno detto che è il risultato di un karma negativo legato al denaro.
Gli insegnamenti etici dello yoga prevedono di agire per il bene, per alimentare le energie positive del cosmo. Nella pratica, è importante che tu possa migliorare il tuo intento a evolverti. Non abbandonarti all’alibi “ho un karma negativo con i soldi”, piuttosto lavora con consapevolezza pratica sulle aree di karma negativo: piano finanziario, budget, gestione delle relazioni, imprenditorialità. Ribalta il karma dicendo “questa è un’area della mia vita in cui mi sto allenando”. Altrettando importante è conoscere e rendere chiara la tua relazione con il denaro e lasciare andare ogni predizione autodistruttiva.
Come mi può aiutare la pratica yoga?
Le tue abitudini e i tuoi percorsi emotivi (samskara) influenzano il modo di interagire con gli altri e di reagire agli eventi della vita. Più chiarezza riesci a fare, più facilmente riuscirai a cambiare il karma negativo. Lo yoga, i mantra e la meditazione sono strumenti potenti. Il principio operativo per trasformare il karma in sanscrito si chiama “tapas”, ossia calore. Come un fuoco sottile, dissolve i nodi che si manifestano nell’organismo e nella mente. La pratica degli asana agevola il linguaggio interiore del corpo e del sistema parasimpatico, mentre la pratica dei mantra ripulisce le negatività e rinforza l’autostima e il nostro intento. Lentamente si dissolvono quelle sensazioni implicite e mai affermate che impediscono la nostra espressività nel mondo: “non ce la posso fare”, “sono nato per restare solo”, “non è giusto”. I mantra costruiranno dei samskaras più sani, positivi, equilibrati, capaci di dare nuove motivazioni alla vita e alle persone con cui ti relazioni. Come molti meditatori possono testimoniare, la costanza ti porterà a visualizzare la vita come un magnifico arazzo.
Il Buon Karma
Queste pratiche, mutuate dalla tradizione yoga, pianteranno piccoli semi positivi e cambieranno in meglio la tua vita.
  1. Comincia la giornata con un’intenzione positiva
Può essere: “Darò nutrimento alle vite delle persone che contano su di me”, “Sarò completamente presente con le persone che incontrerò”, “Completo il mio lavoro con amore e poi mi dedicherò a qualcosa di mio”. Osserva come questa ferma intenzione guida la tua giornata.
  1. Fai chiarezza sui tuoi sentimenti
Una delle chiavi per creare un karma positivo è di darti un incentivo altrettanto positivo. Per esempio, se stai per fare un commento critico su qualcuno, cerca di comprendere l’emozione che ti spinge a farlo. Se si tratta di un sentimento di invidia o di arroganza, ferma la bocca ed esprimi invece un complimento.
  1. Fai del bene agli altri
Decidi di fare qualcosa di gentile e buono per qualcuno ogni giorno, almeno per una settimana. Può essere pulire la spazzatura che qualcuno lascia per strada, essere gentile e comprensivo con qualcuno che viene regolarmente ignorato in ufficio. Dedica del tempo a chi ne ha bisogno. Annotalo su un foglio e osserva i tuoi sentimenti.
  1. Smetti le cattive abitudini
Almeno per una settimana, prometti di non essere indulgente su uno dei tuoi comportamenti insani. Per esempio, arrabbiarti con qualcuno senza un motivo fondato, oppure cedere a mangiare quel dolce irresistibile ma completamente chimico, che poi ti lascia con una pesantezza di stomaco per tutto il giorno. Osserva il momento in cui spegni l’interruttore prima di metterlo in pratica. Fai qualcosa di alternativo, completamente differente, e mettilo in positivo. Se non ci riesci, perdonati e continua a provarci.
  1. Fai un’offerta
La radice della maggior parte del karma negativo è l’egoismo. Un antidoto a questa tendenza è fare delle offerte. Dare qualcosa che abbia significato per qualcuno. Questo atteggiamento rinforza le tue motivazioni ed è una delle strade più importanti per creare samskara positivo attorno a te e al tuo karma.
Campana di cristallo nota SOL grande

Campana di cristallo nota SOL grande

Codice prodotto: G1703
Dimensioni: 35 cm
Campana di cristallo - nota SOL - grande

La campana nota RE, viene consegnata con un batacchio in pelle e un anello in gomma per tenere in equilibrio la ciotola. Vi consigliamo anche di ordinare un martelletto in gomma, prodotto # 1714.

260.00 € Aggiungi
Campana tibetana Chaken NE0268/014

Campana tibetana Chaken NE0268/014

Codice prodotto: NE0268/014
Peso: ± 1350-1450 g; Dimensioni: ± 23 cm
Campana tibetana Chaken

Campana tibetana Chaken dal Nepal, con un suono puro che contiene molti sovratoni – colore bronzo all'interno, scura all'esterno.

78.90 € Aggiungi
Campana di cristallo con manico nota RE + custodia

Campana di cristallo con manico nota RE + custodia

Codice prodotto: D1770
Dimensioni: 17.5 cm
Campana di cristallo trasparente con manico - nota RE - Ø 17,5 cm
Questa campana di cristallo trasparente nota RE, viene consegnata con un batacchio in pelle. Vi consigliamo anche di ordinare un martelletto in gomma, prodotto # 1714.

385.00 € Aggiungi
Campana tibetana Chö-pa NE0266/371

Campana tibetana Chö-pa NE0266/371

Codice prodotto: NE0266/371
Peso: ± 6100-6300 g; Dimensioni: ± 38 cm
Campana tibetana Chö-pa

Composta da 8 metalli: 74/75% rame, 25% stagno e una piccola percentuale di altri materiali.
La percentuale dei metalli, il diametro e lo spessore creano il suono e i toni che caratterizzano ogni singola campana.

355.00 € Aggiungi
Fare pace con la perfezione
Può diventare un’ossessione e farti allontanare da gioia e pienezza di spirito
Lisa è una perfezionista. Lo è stata tutta la vita, mi racconta quasi scusandosi. Lavora correggendo testi in una casa editrice e a volte rivede un manoscritto anche 10 volte, per essere sicura che non le sfugga alcun errore. Gli autori che segue non riescono a credere quante inesattezze riesca a evidenziare e si stupiscono per le sue chiamate al mattino presto (per domandare qualcosa riguardo alla coniugazione di un verbo nel sesto paragrafo di pagina 29). Lisa comincia un corso di meditazione per rilassarsi e ridurre il tasso di ansia che si cela sotto questo perfezionismo esasperato. Anche in questa pratica, così sottile e delicata, non è mai sicura se stia facendo la cosa giusta. È facile per me riconoscere il dilemma di Lisa, essendo io stessa una perfezionista. Ricordo quando ero giornalista, avevo l’abitudine di riscrivere l’attacco iniziale dei miei articoli decine di volte. Nei miei primi anni di pratica, perdevo ore a cercare di capire se avrei raggiunto prima l’illuminazione nella posizione del Loto completa o nella versione più semplice. Ho vissuto sulla mia pelle la tirannia del perfezionismo; ho visto come aumenta l’ansia, l’insoddisfazione e rende vano il duro lavoro di un progresso personale e spirituale. Dovremmo sapere che la perfezione non è uno stato assoluto da acquisire, quanto piuttosto un senso di completezza che cresce spontaneamente dal cuore.
Momenti Magici
All’età di 10 anni, ho realizzato la mia prima esperienza di quella sensazione che chiamo “verità”. Stavo giocando a “ruba bandiera” in cortile e mentre correvo con gli occhi puntati sul fazzoletto bianco, mi esplose nel cuore uno stato di felicità incontenibile. Tutto ciò che vedevo e sentivo sembrava collegato e radioso e faceva parte della mia gioia. Dentro di me c’era tutto ciò di cui avevo bisogno, un’abbondanza che scorreva infinita. Veniva dal cuore, ma come avevo fatto a raggiungerla? Come potevo tenerla con me? Da allora nella vita ho provato questo sentimento numerose volte. È anche per questa esperienza che pratico meditazione e yoga, anche se so che non è qualcosa che io possa fare accadere. È quel momento perfetto in cui se qualcuno pone una domanda, conosci la giusta risposta; sei realizzato ovunque tu sia e in qualsiasi posizione. Anche se accade qualcosa di doloroso, il sentimento di perfezione non passa.
Gioia e Perfezione
In Sanscrito la parola perfezione è tradotta con purna, completezza, integrità. I testi vedici raccontano che ogni creatura vivente cresce e allo stesso modo contiene questa pura energia (shakti), intrinsecamente completa, perfetta e gioiosa. Presente in tutte le forme di pensiero, stati d’animo, in un filo d’erba, nelle note di un violino che suona un concerto di Mozart, negli occhi della tua passione. Quando siamo in contatto con quell’energia, tutte le dicotomie – luce/buio, cattivo/buono, uomo/donna – sono risolte. Invece, nella nostra vita quotidiana, l’idea di perfezione si traduce in “senza difetti”. Un 10 e lode, l’arco perfetto di un tuffatore e la sua entrata in acqua senza spruzzi; la perfezione è un traguardo umano al massimo livello. La nostra società vive di classifiche e immagini mediatiche che suggestionano questo tipo di perfezione. Se i denti sono storti, devi mettere l’apparecchio; se sei in carne devi fare la dieta o la liposuzione; se la tua relazione non funziona, trovati un nuovo partner. Quando non riusciamo a rendere le cose della nostra vita perfette, c’èqualcosa di sbagliato in noi (o nel mondo). L’ironia di tutto questo è che il nostro ideale di perfezione, che deriva dalla tensione del nostro ego di manifestarsi e controllare, ci allontana dalla reale esperienza di perfezione. Come tutti i costrutti intellettuali, copre la pentola mentre vi ribolle il gioioso caos della realtà, sostituendolo con delle definizioni superficiali e artificiali di cosa sia appropriato o bello. Condizionati come siamo dall’educazione e dalla cultura, alcuni di noi non reggono lo stress di questo tipo di tirannia del perfezionismo. La ricerca di perfezione ci rende rigidi; crea una doccia d’ansia anche nei momenti in cui stiamo praticando un rilassamento. Il modo migliore per testarlo è osservarti attentamente. Il tuo stomaco si contrae quando pensi di non aver realizzato la posizione in maniera corretta? Esci da uno stato meditativo domandandoti se quello che hai raggiunto e visualizzavi era il testimone di te stesso oppure solo un altro livello del tuo chiacchiericcio mentale? Pensi che se non hai almeno mezz’ora per meditare, allora è meglio non meditare affatto? Hai paura di fare errori e che si manifesti apertamente il lato oscuro della tua personalità? Se hai risposto sì a qualcuna di queste domande, probabilmente tendi a essere un perfezionista.
Il Positivo e il Negativo
Però a questo punto potresti controbattere: “Sally, però il perfezionismo non è sempre così malvagio. Cosa dovrebbe fare allora un musicista che pratica una diteggiatura su una chitarra in maniera fluida, dimenticandosi della tecnica e dello spartito? E lo scienziato che deve sperimentare senza sosta e senza ombra di dubbio quel nuovo farmaco anti cancro? Non ha più senso la ricerca della felicità?” È vero, è come il colesterolo, c’è quello buono e quellocattivo. Dipende da come ci sentiamo con questo atteggiamento. Lo psichiatra D.E. Hamacheek, nel suo trattato “Perfezionismo: Teoria, Ricerca e Trattamento” definisce sano “chi aspira ad uno standard realistico e ragionevole che conduce ad un senso di miglioramento dell’autostima e piacere, alla completezza”, mentre “il perfezionismo patologico ha la tendenza a condurci a standard che alimentano preoccupazione, paura e senso di fallimento”. Carl Jung ha affermato che un sano atteggiamento di perfezionismo scaturisce dal bisogno fondamentale di individuazione dell’uomo e della sua crescita spirituale. Un perfezionista “sano” si confronta con sé stesso, non con gli altri. Cerca un completamento del proprio potenziale interno, in un processo di gioia. I perfezionisti sani si danno una pacca sulla spalla di approvazione, mentre quelli poco sani tendono a sottovalutare i loro successi e ricordare solo i loro fallimenti. I perfezionisti poco sani vogliono un’eccellenza approvata e validata da autorità esterne, e quindi hanno paura di fallire. Inoltre, i perfezionisti possono comportarsi in maniera tirannica verso gli altri. Spesso cavillano su piccole questioni, non perché sappiano realmente cosa sia giusto o sbagliato, ma perché temono i propri sentimenti di incompetenza o inadeguatezza.
Antiche radici
Alcuni psicologi segnalano che un perfezionismo distorto è spesso il risultato ad una “accettazione condizionale” da parte di quelle figure che esercitano una posizione di autorità nella formazione educativa. Un padre perfezionista invia il messaggio che per essere amato un figlio deve dare dei risultati. Il figlio persevera negli anni, e alla fine non distingue più la voce della sua natura da quella del padre. Quando cominciamo a praticare yoga con l’intento di intraprendere un percorso di crescita, il “giudice interiore” chiude i sensi per evitare che ci siano cambiamenti di regole. Spesso gli abituali paradigmi mentali “confortati” dalle insicurezze, si spostano sull’incapacità di piegare le gambe e toccarsi le punte dei piedi, piuttosto che di calmare la mente nella posizione del Loto.
Tipologie di perfezionisti
Quando ho cominciato a frequentare i ritiri yoga notavo due diversi tipi di ricercatori di perfezione. Il tipo A era sempre tra i primi ad arrivare nella sala e l’ultimo ad uscire. Era continuamente compulsivo nelle posizioni durante la meditazione, e aveva occhi poco concentrati, mai puntati a uno sguardo interno. Uno di loro un giorno mi confessò che provava piacere nel scegliere nel gruppo la persona più dedita alla meditazione e batterla. “In un ritiro mi confrontai con un giapponese che rimaneva costantemente al suo posto 5 minuti più di me. Ho cominciato a svegliarmi sempre prima la mattina e lo trovavo sempre lì. Un giorno arrivai all’1 del mattino e lui era lì! In quel momento, ho realizzato che ci doveva essere una strada più facile per l’autorealizzazione”. Il tipo B era generalmente un karma yogi che non aveva un bottone per spegnersi, lavorava 18 ore al giorno, ogni giorno della settimana. Una volta, vedendo qualcuno sbadigliare, durante una lezione disse: “Dormire fa bene, non tutti posseggono il tipo di devozione necessario per lavorare tutta la notte”. Nessuno dei due tipi di perfezionisti yogici sembrava sapere quando smettere, anche se il maestro nell’ashram li incoraggiava a prendersela con più tranquillità, mangiare e riposarsi di più. Insensibili alle esortazioni d i perseguire u n atteggiamento più equilibrato, loro continuavano imperterriti diventando sempre più magri e irritabili. Fino a quando arrivava puntuale un esaurimento. Il giorno in cui non riuscivano più ad alzarsi dal letto per una meditazione, spesso era la fine della loro sadhana.
Il permesso di essere imperfetti
La trasformazione e i risultati ovviamente non avvengono senza porvi dello sforzo e un po’ di sacrificio, ma l’importante è la qualità del sacrificio, non la quantità: l’intenzione e la comprensione sono più importanti del sudore. I cambiamenti avvengono nella sottile osservazione dello spazio tra un respiro e l’altro, nel percepire il testimone in te, nella tempesta ininterrotta di pensieri. Swami Muktananda, una volta disse “Alla fine della tua sadhana, alla fine del tuo percorso, scoprirai che tutto ciò che stavi cercando era già dentro di te, quindi comincia a meditare con questa nozione e ti eviterai ulteriori complicazioni”. La perfezione è già dentro te, tienilo a mente per non intraprendere una spirale perfezionista distruttiva. Ogni volta che accetti te stesso, rallenti la presa dalla dipendenza di rendere la vita, la pratica, il corpo sempre più perfetti. Prova a capire come si manifesta la tua ansia da perfezione e dove risiede nel tuo corpo. È un atteggiamento persistente, bisogna lavorarci a diversi livelli. Quindi ricorda che la prima regola è imparare a concederti il permesso di essere te stesso: è la piattaforma da cui nasce il cambiamento.
Le 6 regole
1) Smonta il tuo Critico interiore
Quando la voce interna comincia la sua litania negativa, ribaltala. Costruisci una contro affermazione per ogni critica che ti rivolgi. Non ferirti da solo, abbiamo già abbastanza critici. Ci metterai un po’, ma funziona.
2) Permettiti di non essere il migliore
Uno studente di liceo ha scelto di dedicare a certe materie il tempo necessario per prendere un 6 (che riteneva sufficiente) e dare più importanza a materie che lo appassionavano di più. Questa situazione lo faceva sentire più felice e libero. Un maestro Zen una volta disse che ci sono momenti in cui “l’80% è sufficiente”.
3) Permettiti di dare il minimo
Se non riesci a fare qualcosa completamente, è meglio non farla? Sbagliato! Nello yoga e nelle faccende domestiche la verità è all’opposto. Meglio 5 minuti di meditazione che nessuno; se non puoi fare tutta una sequenza di Hatha yoga, fai le prime tre posizioni soltanto. Qualsiasi sforzo è utile.
4) Riconosci errori e fallimenti
Chi ha paura di fare errori spende molte energie mentali nel nasconderlo. ”Forse non ho ancora la flessibilità sufficiente nei legamenti? No, non sto facendo abbastanza sforzi”. E così via nelle diverse variazioni sul tema. Riconoscere gli errori, non implica che la tua vita sia un fallimento. È un primo passo terapeutico verso la liberazione. Quando riesci a mollare la presa su una realtà idealizzata, fai spazio alla verità.
5) Rimani nel momento
Concediti di vivere i momenti di paura e ansia. Dà loro il benvenuto, fermati e non fare nulla. Osserva e non dare seguito ad alcun tipo di giudizio.
6) L’energia della perfezione
I pensieri e i sentimenti sono forme di energia. Anche nella loro manifestazione più negativa rappresentano l’essenza dell’amore. Tutte le nevrosi e gli ostacoli, anche i più ostinati, contengono l’energia per superarli, come i principi omeopatici. Devi solo dare loro spazio e tempo.
Sai gestire i cambiamenti ?
Una pratica in 7 fasi, per orientare le fasi difficili del percorso.

Lo scorso anno, dopo un seminario, un mio allievo di lunga data uscì da una meditazione con un profondo risveglio spirituale .Avvertì che c’era qualcosa di poco autentico nel suo stile di vita. Cominciò a riflettere sul senso della sua professione di medico, si sentì in un vicolo cieco e capì di avere bisogno di un anno sabbatico. Il mio allievo ora studia yoga e terapie alternative, medita, scrive. Mi confida di piangere diverse volte durante la settimana, «come se nuotassi controcorrente in un fiume di emozioni, senza sapere dove tutto questo mi porterà».
Questa sensazione d’incertezza è tipica di chi si trova in un profondo processo di trasformazione interiore. In un poema di Gialal al-Din Rumi (il sommo poeta mistico della letteratura persiana), un fagiolo protesta nella pentola che lo sta stufando: «troppo caldo, troppo fuoco e anche il cucchiaio che mi agita in continuazione!». Il cuoco lo zittisce: «lasciati cucinare! Alla fine sarai un delizioso boccone». Nel corso degli anni, quando il fuoco dello yoga e della meditazione è alto e forte, spesso riprendo questo poema che descrive benissimo il processo “di cottura” di ciò che avviene nella nostra trasformazione interiore. È un momento in cui ti senti labile: lascia letteralmente ammorbidire il cuore, aprilo e soffri ed espandi l’osservazione verso la tua natura. Ti sentirai come quel fagiolo. Questa sofferenza e il senso di incertezza tra il vecchio e il nuovo sono i segni di un vero processo di rinnovamento.
Passo dopo passo
In sintesi, il percorso di rinnovamento radicale passa attraverso queste 7 fasi:
  • Risveglio: percepisci la necessità di un cambiamento
  • Gestire l’incertezza: cerchi un metodo che ti possa aiutare a cambiare, esplori gli insegnamenti e i consigli che ti sono stati dati. Nel frattempo, sei consapevole di vivere nell’insicurezza di una fase di transizione dalla tua abituale identità.
  • Chiedere aiuto: segui insegnanti, terapisti, counselor e ti apri alla grazia della preghiera.
  • Grazia, Conoscenza, Risveglio: la preghiera e la grazia si manifestano in maniera improvvisa e creano una nuova visione del mondo. Tu non sei i tuoi pensieri e scopri una nuova fonte ispiratrice dentro te.
  • Luna di Miele: provi la sensazione di uno stato di grazia e di sintonia universale.
  • Disillusione: soffri le conseguenze della fede cieca nel ritenere che il tuo stato di grazia ti sarà da guida per sempre e sempre per il tuo bene. Distacco e sradicamento dal tuo “essere”.
  • Integrazione: porti l’esperienza del percorso dal risveglio alla disillusione e la integri nella dimensione nuda e pura della quotidianità. Si compie lo stato di maturazione e completamento di questa fase del cammino spirituale.
Risveglio
La trasformazione è differente dal risveglio spirituale e dall’illuminazione. È una danza tra essere e divenire. Per “essere” si intende l’immutabile fonte di tutto ciò che è, dove forma, parole, categorie si dissolvono. Un luogo che forse hai conosciuto mentre mediti, oppure durante il rilassamento completo (Savasana); è il regno dell’ispirazione che si manifesta nel mondo ed è il tuo centro di riferimento. “Divenire” è invece la tua personalità, il corpo e il modo in cui ti relazioni con il mondo. Nella quiete della meditazione profonda, il tuo “essere” incontra il tuo “divenire”, ovvero la personalità, una forza che richiede fortemente di essere vissuta. Questo è ciò che accade in un momento di trasformazione. Un mio vecchio amico lo ha sperimentato durante un ritiro di un mese con un suo insegnante: sentiva crescere forte la sua capacità di apertura verso il mondo. Tornato poi nel flusso delle sue giornate, si è reso conto che questo lieve ma prorompente vigore evaporava sotto la pressione della vita quotidiana.
Tutti i processi di rinnovamento cominciano da un’ispirazione. Può sorgere in maniera repentina, oppure dipendere da un evento esterno inaspettato: un licenziamento, la morte improvvisa di una persona cara, un litigio. La cornice della propria vita quotidiana crolla, e di conseguenza tutta la percezione di sé e della propria vita. I biologi evoluzionisti ritengonoche lo stress sia ciò che stimola l’evoluzione nella natura: le piante crescono grazie alle potature e così anche gli esseri umani. Quando ci confrontiamo con situazioni che non possiamo controllare o cambiare con il nostro bagaglio di conoscenze e capacità, lo stress “evolutivo” sorge in noi. Siamo stimolati a porci domande, a valutare la situazione, a uscire da una situazione di stallo e confort con un diverso atteggiamento.
Gestire l’incertezza
Per molti di noi lo stress è s omodo e insostenibile, ma nelle esperienze scientifiche e anche spirituali le svolte sono spesso precedute da un periodo di intensa frustrazione e impasse. La storia è piena di scienziati che assemblano tutti i dati disponibili e realizzano innumerevoli esperimenti, senza riuscire a dare una soluzione al problema. La loro appassionata ricerca senza risposta li lascia prostrati. Poi, spesso, il superamento di questa fase emerge in un momento in cui la mente si libera della sua ossessione. Durante una passeggiata, guardando una mostra, la risposta emerge da quell’infinita immobilità. Anche le svolte spirituali hanno la stessa dinamica.
Chiedere aiuto
Questo viaggio verso un nuovo e più elevato approdo richiede pazienza e pratica. La fiducia e il confronto con la propria natura sono strumenti cruciali: senza di essi, la maggior parte delle persone non riesce a tenere il timone del vascello e scivolano tra le onde impetuose. Oltre alla pratica, è necessaria una guida che faccia ritornare con grazia alla propria natura. Per quanto mi riguarda, la via più diretta che ho sperimentato per tornare al mio vero “essere” è attraverso la preghiera. Alcuni possono pensare che la preghiera sia una debolezza, la confessione che la tua pratica spirituale è inutile e manca di determinazione. Può anche essere vero per alcuni, ma io mi sento di affermare che i più grandi cambiamenti della mia vita sono scaturiti da appassionate preghiere a Dio, al mio più profondo senso spirituale. Credo sia importante pregare solo per desideri di cui possono beneficiare anche altri, oltre a se stessi, e non esito a chiedere aiuto in quei momenti. Pregare contribuisce a dissolvere il mio ego, che ritiene di poter controllare tutto. Penso che la più onesta forma di preghiera sia quella in cui affermo: «Non riesco a fare da solo. Qualcuno mi aiuti». C’è qualcosa, nel senso di impotenza profondo, che sembra attrarre la salvezza.
Grazia, Conoscenza, Risveglio
Puoi riconoscere subito quando sei in uno stato di grazia. Sembra che tutto sia miracoloso e armonico. Leggi un libro e ti pare che quelle parole siano proprio per te. In una lezione di yoga, l’insegnante ti rivela il particolare che ti aiuta a cambiare l’intera struttura fisica del corpo. Mentre parli a un amico, ti accorgi di dire esattamente le parole giuste e realizzi che tali parole non vengono esattamente da “te”, ma da una saggezza più profonda. La vita è piena di sincronie, coincidenze rivelatrici, ispirazioni che ti rigenerano senza sforzo. Il cuore è aperto e dialoga con il tuo vero “essere”. Il segno che questo cambiamento diventa comprensione è quando una verità che hai ascoltato o letto per anni improvvisamente diventa reale, non solo un utile insegnamento. Senti una voce dirti: «Tu non sei i tuoi pensieri». Il modo di percepire sarà vivo e vivido e nulla sarà mai uguale a prima.
Luna di Miele
Questo stato di grazia e sintonia con la vita è come scoprire di essere amato, più di ogni altra cosa, da chi desideravi. Si chiama “luna di miele” e pensi durerà per sempre. Sembra che i tuoi sacrifici abbiano dato il loro frutto. La tua energia spirituale è trascinante e percepibile anche dagli altri. Per alcuni, questa sensazione crea un sottile senso di superiorità spirituale, come se ti sia stata mostrata la via. Provi compassione per chi è rimasto spiritualmente ignorante. In genere, questo è il momento in cui lasci il tuo lavoro, vai in India o diventi un insegnante di yoga. A volte è una buona decisione, altre non lo è. Il pericolo della “luna di miele” è l’eccessiva presunzione; l’euforia del rinnovamento oltrepassa i confini della realtà e può indurti a commettere degli errori. Immagini di non poter sbagliare, seguendo ciecamente la via senza discernimento.
Disillusione
Per questo, a un periodo di “luna di miele” potrà seguirne uno di sensazione di fallimento. Un senso di freddo, come se fossi stato privato del calore dell’ispirazione. Sono conseguenze dei passi falsi commessi nell’euforia e sicurezza che l’ispirazione sarebbe durata in eterno. Un matrimonio rivelatosi affrettato, una litigata con il tuo migliore amico, la scelta di un insegnante spirituale sbagliato. Come mai accade? Generalmente, perché la nostra capacità psichica e nervosa non è così forte da controllare il vigore del nostro sé interiore. Faccio un esempio. Anni fa una mia amica frequentò un ritiro spirituale con un importante insegnante indiano. Durante una meditazione mattutina, vide una luce dorata risplendere dentro sé e realizzò che molti dei suoi convincimenti su di sé, dei suoi sensi di colpa e di inutilità erano assolutamente irreali: «Sentii risplendere dentro di me uno stato di benedizione, vidi il divino che risiede in me e mi sembrò di avere il dono di una luce che dal profondo del cuore mi guidava». A seguito di questa esperienza lasciò la sua carriera professionale ed entrò a vivere e studiare in ashram. «Sono fortunata ad avere questo dono, non mi dovrò più preoccupare di cosa devo fare, so di essere guidata da una luminosa coscienza interiore», diceva con inequivocabile orgoglio. Dopo un po’ di tempo, la sua guida interiore cominciò a dirle di mangiare sempre meno, fino ad arrivare a un pugno di riso al giorno. Il suo insegnante, preoccupato del suo stato di magrezza, la stimolava a mangiare di più, ma solo quando il suo peso diventò preoccupante e si manifestarono i problemi di anoressia fu riportata a casa. Trovò un lavoro e con un terapista specializzato in disordini alimentari e dopo molto tempo ritornò alla sua pratica meditativa con maggiore solidità. Ciononostante, per molto tempo passò un lungo periodo di depressione, ritenendo di avere fallito il suo percorso spirituale. In realtà, ciò di cui aveva bisogno per affrontare un cammino interiore era un maggiore equilibrio tra l’energia del corpo e quella della mente. Questo è sicuramente un esempio estremo, ma illustra bene le regole di un percorso spirituale: anche se ti è stato concessa una visione di quello che potresti essere, c’è bisogno di un lungo lavoro per allinearlo con quello che sei. Per alcuni è solo una questione di piccoli cambiamenti, in altre persone possono emergere aspetti oscuri della personalità. In questa parte del processo, è normale sentirsi confusi e oscillare tra le onde del vecchio e del nuovo.
Integrazione
Comunque sia, la disillusione fa parte della crescita ed è altrettanto rilevante. Non solo per l’esperienza di umiltà che ne consegue, ma anche perché sottolinea l’inizio del processo di integrazione. In questa fase devi gestire le contraddizioni tra l’impulso di rinegoziare i termini della tua vita (maggiore libertà per praticare, viaggiare, conoscere), e la necessità di onorare le responsabilità con la famiglia, la carriera professionale e tutte le realtà quotidiane per sopravvivere nel tuo tempo.
L’integrazione spirituale avviene solo se sei capace di filtrare l’esperienza spirituale di cui hai sentito le forma e la luce, e applicarla nella vita che conduci: azioni, relazioni, responsabilità. Per esempio, durante una lezione di yoga riconoscere che con il corpo puoi sentire il radicamento su questa terra: a tavola, modificare e migliorare il modo di alimentarti; con gli altri, avere maggiore gratitudine. Il processo di integrazione radica il percorso di trasformazione, rendendolo vivo e attivo nel mondo reale. Influenza il modo di pensare, agire e sentire. Lasciagli coscientemente il tempo di diffondersi nella vita quotidiana. Puoi controllarlo tanto quanto controlli il processo di maturazione di una mela su un albero.
E qui sta il punto: una volta attraversato il cancello del cambiamento (e lo yoga è, nella sua essenza, un vortice per innescarlo), non possiamo mai predire quanto tempo impiegherà. Possiamo solo dire che sarà una danza tra conoscenza interiore e applicazione, tra la pratica e la preghiera, tra “l’essere” e il “divenire”. Una volta affrontati questi cicli di trasformazione, impareremo a navigarci dentro e saremo capaci e grati di celebrare questo rinnovamento anche durante periodi difficili, perché sapremo che ne verremo fuori persone migliori, ricche di gratitudine per sé e per gli altri.
 
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