KARMA E REINCARNAZIONE - esoterismo,filosofia,ricette del benessere,yoga,spiritualità,buddhismo,meditazione,benessere dell'anima,risveglio,alieni e fantasmi

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KARMA E REINCARNAZIONE

BUDDHISMO
KARMA E REINCARNAZIONE
Campana di cristallo nota FA diametro più grande

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Codice prodotto: F1704
Dimensioni: 40 cm
Campana di cristallo nota FA - diametro più grande

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Campanelli con Rudraksha e simboli OHM

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Materiale: ottone, semi di Rudraksha.

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CAMERON IL BAMBINO CHE VISSE 2 VOLTE

Reincarnazione, ipnosi regressiva… quanto c’è di vero e scientifico in tutto ciò? Possono davvero gli scienziati fare chiarezza sulla vita e sulla morte? Forse la certezza di cosa avverrà sarà sempre il grande tabù della società che crede nell’aldilà per religione. Eppure dei casi che potrebbero fare chiarezza ci sono e studi scientifici non mancano sull’argomento. Ma ecco la storia più emblematica della prova della reincarnazione:
La storia di Cameron Macaulay
Nel 2007 suscitò scalpore l’incredibile storia di Cameron, il bambino scozzese che a pochi anni ricordava sorprendenti dettagli di una vita precedente.
Cameron Macaulay vive con la madre Norma, separata, e un fratello maggiore a Clydebank, una città industriale vicino a Glasgow, in Scozia. A tre anni ha cominciato ad avere un comportamento strano: parlava sempre di persone che non aveva mai conosciuto e descriveva nei dettagli luoghi nei quali non era mai stato. A volte si spingeva oltre: diceva di essere cresciuto a Barra, un’isola sperduta a nord della Cornovaglia, a 300 chilometri dalla sua città, dove, naturalmente, non era mai stato prima. Ma soprattutto nominava di continuo la sua «vecchia» famiglia, la «mamma e i fratelli di prima» e il vecchio padre di nome Shane Robertson, morto, secondo lui, in un incidente d’auto. Riusciva a descrivere la sua vecchia casa nei dettagli dicendo che era grande, bianca e affacciata su una baia di Barra, dalla quale diceva di sentire il rumore degli aerei che atterravano sulla spiaggia.
Spesso il bimbo si lamentava della sua casa di «adesso», dotata di un solo bagno mentre quella «di allora» ne aveva tre. Anche la sua famiglia attuale non gli andava tanto bene, perché viaggiava troppo poco rispetto a quella «di prima».
Per tre anni la mamma di Cameron e le maestre hanno ritenuto che i suoi racconti fossero frutto di fantasia.
Ma quando Cameron ha compiuto sei anni la situazione è precipitata: piangeva tutti i giorni perché voleva tornare dalla famiglia e dagli amici «di prima». Per risolvere la questione una volta per tutte, Norma pensò di accompagnare suo figlio a Barra, certa che il bambino, una volta giunto sull’isola, avrebbe ammesso di essersi inventato tutto. Intanto la donna aveva saputo che una casa di produzione tv era alla ricerca di storie legate alla reincarnazione e così ha contat¬tato la troupe, ha proposto il caso di suo figlio e insieme con loro ha deciso di girare un filmato sul viaggio a Barra. Al gruppo si è aggiunto anche un medico incuriosito dalla vicenda, Jim Tucker, direttore della clinica di Psichiatria infantile della Virginia University.
Una volta arrivato sull’isola, dopo aver visitato quasi tutte le case del posto, Cameron ha ritrovato la casa bianca, isolata e affacciata su una splendida baia di cui aveva tante volte parlato alla madre. Nei pressi della casa, inoltre, si è diretto a colpo sicuro verso un pertugio nascosto da cespugli: un’entrata segreta che non si sa come potesse conoscere, poiché dall’esterno era totalmente invisibile. Nel frattempo si era anche scoperto che in effetti una famiglia Robertson era esistita veramente su quell’isola e aveva abitato in quella casa, affacciata sulla baia di Cockleshell, proprio come descritto da Cameron. Tuttavia gli ultimi discendenti se n’erano andati da tempo. Ma di fronte d alcune foto della famiglia rintracciate sull’isola, il bambino ha riconosciuto il cane maculato e l’auto nera di cui parlava spesso!
Dunque Cameron Macaulay si è davvero reincarnato?
Qui tutta le serie dei documentari di Voyager >>>
Lo scienziato che invece ha studiato vari casi per anni è Ian Stevenson, professore di psichiatria all’Università di Charlottesville, è il più famoso studioso della reincarnazione. Colui che ne ha ricercato le prove scientifiche e che ha dato spiegazioni su segni, voglie, cicatrici che talvolta si hanno senza spiegazioni.
Gli studi di Ian Stevenson
In più di trenta anni di ricerche ha analizzato circa 2000 casi di bambini che raccontavano spontaneamente la loro vita precedente.
Nel libro Bambini che ricordano altre vite Stevenson raccoglie alcuni interessanti casi, scegliendoli tra le culture di tutto il mondo. C’è ad esempio la storia dell’indiano Gobal Gupta, che a due anni cominciò a sostenere di essere appartenuto in passato ad una famiglia di una casta più alta dell’attuale, che viveva in una città a 160 chilometri di distanza da quella dei suoi genitori e che uno dei suoi fratelli gli aveva sparato uccidendolo: questi elementi sono stati puntualmente verificati. Oppure c’è il caso della srilankese Shamlinie Prema, che fin da prima che potesse parlare mostrava un totale rifiuto per l’acqua quando le volevano fare il bagno e che piangeva ogni volta che vedeva passare un autobus. Quando cominciò a parlare, la bambina raccontò che una mattina, all’età di undici anni, mentre andava a scuola, la strada era allagata e un autobus passando l’aveva schizzata facendola cadere in una risaia piena di acqua dove sarebbe morta affogata. I suoi genitori trovarono sui giornali locali questa storia esattamente come l’aveva riportata la figlia.
In molti casi di reincarnazione si verificano addirittura predizioni fatte prima di morire dall’individuo che intende reincarnarsi o sogni premonitori fatti da qualcuno che gli sta vicino.
In Birmania, ad esempio, una donna incinta sognò per ben tre volte un soldato giapponese a torso nudo e con i pantaloncini corti che le diceva che sarebbe andato a stare da lei e da suo marito. Suo figlioMa Ting Aung Myo fin da piccolissimo aveva il terrore degli aeroplani. Quando cominciò a parlare, raccontò di una vita precedente durante la Seconda Guerra Mondiale come soldato giapponese e ricordò di essere morto durante un’ incursione aerea. Descrisse anche come era vestito quando l’aereo bombardò il villaggio: era esattamente come il soldato che era comparso prima della sua nascita nei sogni della madre.
Ma la prova più forte della reincarnazione Stevenson l’ha rintracciata nel fatto che i bambini presentano voglie, malformazioni o segni di nascita che dopo un’accurata ricerca si rivelano perfettamente corrispondenti ai segni di morte, di solito violenta, di coloro che sostengono essere stati nella vita precedente. ( Il suo libro Le prove della reincarnazione, è addirittura corredato di foto a riguardo).
Un anziano pescatore dell’Alaska, ad esempio, disse a sua nipote che sarebbe rinato come suo figlio e le mostrò due cicatrici grazie alle quali lo avrebbe riconosciuto. Qualche tempo dopo la morte del nonno, la ragazza mise al mondo un bambino che riportava esattamente quelle cicatrici e che le cominciò a raccontare fin da molto piccolo la sua precedente vita come suo nonno.
I DOGON, UN ANTICO POPOLO DI ASTRONOMI
I Dogon sono forse in contatto con altri mondi? Una cultura antichissima e misteriosa o solo una leggenda?
I Dogon sono circa 240.000, sparsi nei numerosi villaggi della falesia di Bandiagara, nel Mali, zona che è stata dichiarata “patrimonio dell’umanità” dall’Unesco per la sua importanza culturale.
Le maschere sono il simbolo religioso più espressivo della fede dei Dogon, usate durante cerimonie e danze rituali. La festa più importante è il “SIGUI”, che si svolge ogni 60 anni e durante la quale intagliano un nuovo “iminana”: la Grande Maschera a forma di serpente, che può raggiungere i 10 metri. Le maschere sono visibili anche in occasione dei funerali.
La pianta del villaggio rappresenta schematicamente la figura del corpo umano. I Dogon furono studiati per la prima volta da Marcel Griaule, che nel famoso libro “Il Dio d’acqua” raccontò l’iniziazione ricevuta dall’Ogotemmeli, personaggio che gli aveva trasmesso i segreti della cosmogonia della mitologia dogon, rivelando così alla cultura europea un mondo misterioso e affascinante.
I Dogon conoscono i misteri della stella Sirio e forse dell’origine dell’umanità.
Nella cultura tribale africana dei Dogon, le tradizioni sacre più segrete sono basate su ipotetici contatti con esseri evoluti provenienti da un pianeta della stella Sirio, avvenuti prima del 3000 a.C. Solo pochi anni fa la moderna astronomia, con i suoi potenti strumenti di osservazione e di calcolo, ha potuto confermare l’effettiva esistenza di quel pianeta. I Dogon sanno da secoli che Sirio è una stella multipla (!) e che l’orbita ellittica (!) della stella più piccola (invisibile e oggi detta Sirio B), richiede un tempo di 50 anni (!) per essere completata; inoltre per loro Sirio B è costituita da materia più pesante della stella principale … e il tutto è confermato dall’odierna astronomia.
Come è possibile che essi abbiano queste informazioni? Quello che sappiamo per certo è che già le antiche civiltà mediterranee degli Egizi e dei Sumeri custodivano straordinarie conoscenze astronomiche, forse trasmesse da visitatori provenienti da mondi lontani … A tal proposito i Sumeri parlavano di esseri anfibi (come Oannes) che istruirono il popolo alle arti ed alle scienze e lo stesso fanno i Dogon chiamando questi dei primitivi “Nommo”.
Oannes era una divinità assira (particolare dal palazzo reale di Sargon II,721-705 a.C., Iraq): secondo R. Temple, autore, de “Il mistero di Sirio”, corrisponderebbe al dio pesce Nommo dei Dogon,(antenato alieno anfibio disceso sulla Terra nel remoto passato; si veda in figura la parte posteriore del capo-tronco pesciforme). La tribù africana dei Dogon ha conoscenze cosmiche incredibili (come il fatto che la stella Sirio è di tipo multiplo, scoperta recente dell’astronomia) che farebbero pensare ad un incontro remoto con civiltà avanzate non terrestri. Sitchin individua queste civiltà come provenienti da un decimo pianeta solare che i Sumeri chiamavano Nibiru.
L’enigma dei Dogon di Colin Wilson (da “Dei dell’altro Universo” – PIEMME 1999)
… Ma c’è un mito in particolare che secondo Shklovskii e Sagan potrebbe presumibilmente riferirsi a un contatto tra esseri umani e alieni. “La leggenda” scrivono, “suggerisce che avvenne un contatto tra gli uomini e una civiltà extraterrestre, prodigiosamente evoluta, sulle coste del Golfo Persico, forse nei pressi dell’antica città sumerica di Eridu, nel IV millennio a.C., o poco prima”.
La leggenda può essere fatta risalire a Beroso, sacerdote del dio Bel-Marduk nella città di Babilonia di tempi di Alessandro Magno. Beroso aveva accesso a incisioni cuneiformi e pittografiche (su cilindri, tavolette e pareti dei templi) risalenti a migliaia di anni prima. In uno dei frammenti a lui attribuiti, Alessandro Polistore descrive la comparsa nel Golfo Persico di “un animale dotato di ragione, che fu chiamato Oannes”. Questa creatura aveva una coda di pesce, ma anche piedi simili a quelli degli esseri umani, e parlava con voce umana. Insegnò agli uomini la scrittura e le scienze, ogni sorta di arte e anche a costruire case e templi. “In breve, egli li istruì in tutto ciò che poteva civilizzarli”. Oannes era solito trascorrere la notte in mare, perché era anfibio. Dopo di lui, giunsero altre creature della sua razza.
Un altro antico cronista, Abideno, discepolo di Aristotele, parla dei re dei Sumeri e menziona “un altro semidemone, molto simile a Oannes, che giunse una seconda volta dal mare”. Egli menziona anche “quattro personaggi che gettavano duplice ombra”, con ciò intendendo presumibilmente metà uomini e metà pesci, “che giunsero dal mare”.
Infine, Apollodoro d’Altene scrive che all’epoca di re Amennon il Caldeo “apparve il Musarus Oannes, l’Annedotus, uscendo dalle acque del Golfo Persico”, e in seguito “un quarto Annedotus uscì dalle acque del mare ed era metà uomo e metà pesce”. E durante il regno di re Euedoresco comparve un altro uomo-pesce di nome Odacon.
Apollodoro definisce Oannes l’Annedotus, come se fosse un titolo anziché un nome proprio. Passai un’ora e mezzo cercando in vari vocabolari ed enciclopedie il significato di “annedotus” e anche di “musarus”, riuscendo finalmente a scoprire nel dizionario di greco di Liddell e Scott che “musarus” significa “abominevole”. Ma di “annedotus” nessuna traccia. Poi, ricordando che Robert Temple aveva menzionato il dio-pesce in The Sirius Mystery, consultai il suo libro e scoprii che avrei potuto risparmiare tempo e fatica, perché aveva già fatto il lavoro per me. “Annedotus” significa “il repellente”. Era sbalorditivo: il “Musarus Oannes l’Annedotus” significa “l’abominevole Oannes il repellente”.
Temple pensa, e sono incline a concordare con lui, che questa indicazione abbia a che fare con qualcosa di vero, piuttosto che con un’invenzione fantasiosa. Ci si aspetterebbe che una narrazione mitica che descrive i semidei che insegnarono agli uomini la civiltà, non li definisca disgustosi e repellenti. Ma basta visualizzare l’immagine di un essere simile a un pesce, ricoperto di viscide squame, dagli enormi occhi bianchi e la grande bocca, per renderci conto del comprensibile disgusto con cui fu descritto. Forse in quella descrizione non v’è nulla di peggiorativo; è semplicemente fedele, come, ad esempio, quelle di Ivan il Terribile o di Akbar il Maledetto.
Ora, si dà il caso che The Sirius Mistery di Temple, sia di gran lunga il libro più erudito e convincente sulla possibile presenza di “antichi astronauti” sulla Terra. Temple cominciò a interessarsi all’argomento quando s’imbatté in un articolo su una tribù africana, i Dogon, che vive nel Mali settentrionale. Scoprì che i Dogon credono in dei dal corpo di pesce chiamati Nommo, i quali, provenienti da Sirio, portarono la civiltà nel nostro pianeta circa tremila anni fa.
Sirio, la Stella principale della costellazione del Cane Maggiore, dista 8.6 anni luce dalla Terra. La tradizione Dogon sostiene che essa ha una compagna invisibile, da essi chiamata “po tolo” (stella di grano, e poiché il “grano” cui si riferiscono, che costituisce la loro dieta abituale, è la digitaria, potremmo tradurre “stella di digitaria”).
“Po tolo” è composta di materia molto più pesante di quella terrestre. I Dogon sostengono che questa stella invisibile percorra un’orbita ellittica, impiegando cinquanta anni per completarla. E in effetti Sirio, essendo una stella doppia, ha una compagna invisibile, chiamata dagli astronomi “Sirio B”: questa è una “nana bianca”, ossia è costituita di una materia talmente densa, a causa del collasso degli atomi che la compongono, che una minuscola quantità di essa, corrispondente alle dimensioni di un pisello, peserebbe mezza tonnellata. E, proprio come affermano i Dogon, Sirio B percorre un’orbita ellittica completa in cinquanta anni.
Le tradizioni di questa tribù rivelano una notevole conoscenza dell’astronomia; dicono che la luna è “secca e morta” e disegnano Saturno circondato da un anello che non è affatto visibile a occhio nudo. Sono a conoscenza dell’esistenza delle lune di Giove e sanno che i pianeti ruotano attorno al sole. L’Encyclopaedia Britannica dice che il sistema filosofico dei Dogon è “molto più complesso di quello di altre tribù africane”.
Era inevitabile che gli studiosi occidentali, quando vennero a sapere che i Dogon possedevano simili nozioni astronomiche, cercassero di dimostrare che probabilmente le avevano assimilate da viaggiatori europei. Gli astronomi occidentali scoprirono Sirio B nel 1862, dunque era possibile che i Dogon ne avessero sentito parlare da turisti o missionari. Ma bisognò attendere il 1928 perché Sir Arthur Eddington formulasse la teoria delle nane bianche. E i due antropologi che studiarono i Dogon, Marcel Griaule e Germaine Dieterlen, giunsero in Mali nel 1931. Pareva improbabile che altri viaggiatori fossero entrati in contatto con i Dogon nei tre anni precedenti, recando con sé le ultime scoperte astronomiche.
Ma c’è un motivo ancora più valido per scartare questa teoria (che in seguito fu sposata da Carl Sagan). Griaule studiò la mitologia e la religione Dogon per sedici anni prima che gli stregoni della tribù ricompensassero la sua dedizione iniziandolo ai loro segreti più gelosamente custoditi. Un anziano molto saggio e sapiente fu nominato suo “tutore” con l’incarico di insegnargli i quattro gradi della conoscenza religiosa della tribù. Occorsero anni e quando il maestro morì fu sostituito da un altro. Griaule si rese infine conto che la religione dei Dogon è altrettanto ricca e complessa della teologia cristiana illustrata da Tommaso d’Aquino nella sua Summa Theologica. Era assolutamente da escludere che gli dèi dal corpo di pesce dei Dogon fossero entrati nelle loro leggende a seguito di un incontro avvenuto nel secolo scorso, con un missionario dalle inclinazioni astronomiche: costituiscono, piuttosto, la pietra angolare di una mitologia che si è andata formando e sviluppando nel corso di migliaia di anni.
Se si aggiunge che la lingua sumerica non ha nulla in comune con quelle semitiche o indoeuropee, e che gli studiosi dei Sumeri sono sconcertati dal fatto che quella civiltà sembra essere sorta già matura dal nulla (come quella egizia), possiamo osservare che almeno a prima vista la teoria di Shklovskii ha un suo fondamento: gli dei dal corpo di pesce sono forse la traccia di un contatto con una civiltà extraterrestre. E se teniamo presente il mito dei Nommo dei Dogon, di cui all’epoca Sagan e Shklovskii erano all’oscuro, quella teoria si fa ancora più plausibile.
I Dogon: una falsa leggenda … di Gianni Comoretto
I Dogon sono una popolazione che vive vicino Mandiagara, 300 Km a sud di Timbuctu, nel Mali. Due antropologi, Marcel Griaule e Germaine Dieterlen, li hanno studiati dal 1931 al 1952, e hanno descritto una cerimonia associata con la stella Sirio, che si tiene ogni 60 anni.
Griaule e Dieterlen sostengono che i Dogon hanno diverse conoscenze sul sistema di Sirio che non è possibile ottenere se non con mezzi “moderni”. In particolare conoscono l’esistenza di una stella compagna (Sirio B, indicata dalla freccia accanto alla luminosissima Sirio A), che ruota attorno a Sirio con un periodo di 50 anni, e che è composta di materia incredibilmente pesante. Sirio B è visibile solo con un telescopio di discrete dimensioni, e la sua massa è stata determinata con tutto l’armamentario teorico dell’astronomia dell’inizio del secolo. Griaule e Dieterlen non fanno nessuna ipotesi su come i Dogon siano venuti a conoscere questi fatti.
La storia ha avuto però un “boom” con un libro di Robert Temple, in cui questi ha ipotizzato che i Dogon conoscessero questi fatti da almeno 500 anni e che li avessero appresi da esseri anfibi provenienti da Sirio. Altri “studiosi” ipotizzano che le conoscenze derivassero dagli egizi e che questi ultimi avessero telescopi in grado di vedere Sirio B. Tutte queste ipotesi sono basate su elementi a dir poco inconsistenti. Nessuno di questi “studiosi” ha fatto ulteriori ricerche, ma hanno semplicemente lavorato di fantasia sugli studi di Griaule e Dieterlen.
Ad es. la datazione di 500 anni dipende dal fatto che i Dogon costruiscono una maschera cerimoniale ad ogni cerimonia; in un sito archeologico sono state trovate 6 maschere, più due cumuli di polvere che potrebbero essere altre 2 maschere. In ogni caso, pur ammettendo che questo porti indietro a 480 anni fa, dimostrerebbe solo che il rito è molto antico.
L’esistenza di telescopi egizi è stata invece dedotta dal ritrovamento di una sfera di vetro ben lavorata, che dimostrerebbe che gli egizi potevano lavorare il vetro, quindi potevano fare delle lenti, quindi potevano fare dei telescopi, quindi potevano fare dei grossi telescopi …
Un ulteriore revival di questa storia, sempre senza che nessuno raccogliesse ulteriori elementi sul campo, è sorto quando sostenitori dell’afrocentrismo hanno ipotizzato che le popolazioni africane potessero vedere stelle molto deboli ad occhio nudo, per misteriose proprietà della melanina.
Il lavoro di Griaule e Dieterlen è stato criticato per molti aspetti: i due hanno sempre lavorato con interpreti e tutta la storia di Sirio deriva da interviste ad una singola persona. Non hanno tenuto conto del fatto che i Dogon tendono ad evitare ogni forma di contrasto e quindi a non contraddire una persona stimata e rispettata (come erano loro), se questa fa ipotesi un po’ strampalate. Griaule e Dieterlen affermano che i Dogon conoscono pure una terza compagna di Sirio, che non è conosciuta. L’interpretazione della stella compagna come una stella doppia è scarsamente documentabile anche dal lavoro dei due antropologi.
Ma la cosa che fa crollare miseramente la teoria è che i Dogon non sono inaccessibili; sono una delle etnie più studiate del centro Africa e nessuno ha mai trovato traccia delle conoscenze anomale. Al di fuori praticamente dell’informatore di Griaule e Dieterlen, nessuno ha mai sentito parlare di stelle compagne, o di periodi di 50 anni, o di materia ultrapesante. Questo non è spiegabile con conoscenze segrete, perché i Dogon non hanno un corpo mitico segreto. La conoscenza è diffusa, senza una casta che custodisce i segreti religiosi.
Walter Van Beek, che ha passato 11 anni tra i Dogon, ha trovato che pochissimi Dogon utilizzano i nomi Sigu Tolo e Po Tolo (Sirio A e Sirio B secondo Griaule). L’importanza di Sirio è minima nella loro cultura. Nessuno, neppure gli informatori di Griaule, hanno idea che Sirio sia una stella doppia. Jacky Boujou, che di anni coi Dogon ne ha passato 10, concorda in pieno. E sottolinea che le teorie di Griaule possono essere interpretazioni distorte di quest’ultimo, confermate per spirito di armonia dal suo interlocutore.
Sagan ha ipotizzato che le conoscenze anomale potessero essere il frutto di racconti di visitatori occidentali, poi entrate nella cultura Dogon; i Dogon hanno infatti miti “bianchi” diventati in meno di una generazione parte della loro cultura.
Campana di cristallo nota SOL# + custodia

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Codice prodotto: G#1721
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Codice prodotto: NE0268/031
Peso: ± 3000-3100 g; Dimensioni: ± 31 cm
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Il meccanismo della reincarnazione
Il meccanismo della reincarnazione non è così difficile da comprendere anche per coloro che hanno difficoltà a credere che qualcosa possa esserci dopo la morte fisica. Tralasciamo tutta la parte relativa al dibattito sulla reale possibilità di reincarnazione e sul legame che questo processo ha con il karma e ci concentriamo invece sulla reincarnazione in quanto mero meccanismo per capire quando e in che modo avviene.
Dopo la morte fisica ogni individuo interiorizza quello che ha imparato sulla Terra: l’aldilà deve essere dunque considerato come un luogo in cui avviene
un momento di sintesi e di rielaborazione
della conoscenza terrena. Una volta elaborato tutta la conoscenza a quisita nella vita terrena, l’individuo porterà a compimento e risolverà i rapporti interrotti o quelli che, a causa degli eventi, sono stati gestiti in modo non positivo. Una volta raggiunta questa presa di coscienza, l’individuo si trova davanti a un ulteriore livello che però intuisce, ma non comprende. Questo passaggio crea fa nascere nell’individuo il bisogno di capire e di reincarnarsi per poter poi raggiungere successivamente
un livello di conoscenza ancora più alta.
Con la reincarnazione, infatti, l’individuo compierà quel percorso che in passato non ha compreso fino in fondo alla luce della nuova consapevolezza raggiunta e arriverà laddove prima della reincarnazione si era dovuto fermare. Questa volta l’individuo ha gli strumenti necessari a procedere oltre fino a maturare la consapevolezza di non avere più bisogno di reincarnarsi, proseguendo autonomamente la sua evoluzione.

Campana cristallo trasparente manico nota SOL + custodia

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Codice prodotto: G1770
Dimensioni: 17.5 cm
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Campana tibetana Chaken NE0268/020

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Codice prodotto: NE0268/020
Peso: ± 1950-2100 g; Dimensioni: ± 25 -27 cm
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Il Karma: cos’è e come funziona
Se è la sofferenza che temi, se è la sofferenza

ciò che detesti, non compiere mai azioni cattive,

perché tutto si vede per quanto segreto.

Persino un volo nell’aria non ti può liberare dalla sofferenza

dopo che l’azione cattiva è stata commessa.

Non nel cielo, né nel mezzo dell’oceano,

né se ti nascondessi nelle crepe delle montagne,

un angolo riusciresti a trovare in questa

terra tutta, dove il karma il colpevole non raggiungerebbe.

Ma se vedi il male che altri ti fanno

e se sentitamente tu disapprovi,

stai attento a non fare al medesimo modo,

perché le azioni delle persone con esse rimangono.

Quelli che imbrogliano negli affari,

quelli che contro il Dharma agiscono,

quelli che frodano, quelli che truffano,

se stessi gettano in un gorgo,

perché le azioni delle persone con esse rimangono.

Qualsivoglia azione possa un individuo

compiere,

siano esse di gioia portatrici, siano esse cattive,

un’eredità per lui costituiscono,

le azioni non svaniscono senza lasciar traccia. (…)

Un’azione cattiva non necessariamente causa subito a chi l’ha compiuta

un qualche guaio.

Essa nascostamente allo stolto superficiale

si accompagna,

proprio come un fuoco che giace sotto la cenere.

Proprio come una lama appena forgiata,

l’azione cattiva nell’immediato non provoca alcuna ferita.

Proprio il ferro produce la ruggine

che lentamente di certo lo consumerà.

Colui che il male compie,

dalle sue stesse azioni è portato

a una vita di sofferenza
”. Dharmapada

Il termine “Karma”, che in sanscrito significa “azione compiuta”, è ormai molto diffuso anche in Occidente, sebbene non tutti ne conoscano l’origine e siano relativamente pochi gli individui che abbracciano questa teoria. Il Karma, concetto base dell’Induismo, altro non è che la legge universale di causa ed effetto applicata in senso spirituale, concetto alla base della reincarnazione, di cui rappresenta il fattore essenziale.
Spesso viene erroneamente considerata come una legge deterministica che induce al fatalismo e alla rassegnazione, ma in realtà il Karma dipende da noi, dalle nostre scelte, e può ovviamente cambiare nel tempo secondo il principio “ciò che si semina si raccoglie”. In che modo? Seguendo il Dharma, ovvero vivendo secondo la propria vera natura, che andrà progressivamente armonizzata con il Dharma universale. Gli individui conquistano così la libertà dall’ego, dai desideri accumulati nel corso delle precedenti esistenze, per realizzare il Sè immortale. Il ciclo di morte-rinascita è chiamato, in sanscrito, saṃsāra: l’uomo non può sottrarsi ad esso ma deve percorrerlo reincarnandosi in numerosi corpi, non solo umani, perlomeno nell’ottica induista. Il fine ultimo è la liberazione da tale ciclo.

In ambito buddhista il concetto di Karma ritorna in veste nuova. Se infatti la via della liberazione induista comporta un ciclo di rinascite (saṃsāra) lunghissimo, che causa un senso di fatalismo pessimista nella vita presente, il buddismo offre un punto di vista più positivo e meno predeterminato. La parola karma, nel buddismo, significa “azione volitiva”, ovvero un atto di volontà che ha origine nella mente delle persone e che determinerà il futuro delle stesse. Un atto buono porterà del bene, un atto malvagio porterà del male. Non si tratta di etica ma di una legge naturale che, però, non ci condanna necessariamente a una vita di disagi e povertà. Tutto dipende dal libero arbitrio, ovvero dalla nostra scelta di compiere il bene o il male.
In tale ottica le persone non sono fortunate o sfortunate, ma creano il proprio destino e allo stesso modo, possono intervenire per modificarlo. Accettando tale legge, l’uomo anziché rassegnarsi a una vita caotica, ingiusta, senza senso, agisce in modo attivo, impegnandosi a modificare pensieri, parole ed azioni. Il Buddha stesso affermò che credere che le buone o cattive azioni non producano frutti è assolutamente erroneo.
A dare una
definizione di Karma
esaustiva fu il maestro buddhista giapponese Daisaku Ikeda: “
Il concetto buddista di relazione causale differisce in modo fondamentale dal tipo di causalità che, secondo la scienza moderna, governa il mondo naturale oggettivo in quanto separato dalle preoccupazioni individuali dell’essere umano. Il rapporto di causalità, nell’ottica buddista, abbraccia la natura in senso più lato, comprendendo tutta l’umana esistenza. Per spiegare meglio la differenza, poniamo che sia accaduto un incidente o un disastro. Applicando la teoria di causalità meccanicistica si può indagarne e chiarirne le dinamiche, ma nulla si saprebbe sul perché proprio certi individui siano rimasti coinvolti nel tragico evento. Anzi, la visione meccanicistica rifiuta a priori tali domande esistenziali.
” Il succo del discorso è espresso da un’antica affermazione buddhista: “
Se vuoi capire le cause del passato, guarda i risultati che si manifestano nel presente. E se vuoi capire quali risultati si manifesteranno nel futuro, guarda le cause poste nel presente."

Quindi
la legge del Karma
ci vuole responsabili delle nostre azioni, non ci priva affatto del libero arbitrio, ma ci ritiene protagonisti del nostro divenire. L’importante è non stravolgerne il senso per acuire le distanze fra poveri e ricchi, come accade purtroppo nel sistema delle caste induista. Chi è ricco non è necessariamente più buono di chi non lo è, potrebbe semplicemente aver investito di più in questo settore, in termini di sforzo, soldi, volontà (in questa o nelle precedenti esistenze) ed aver ottenuto, di conseguenza, maggiori risultati. Ma la ricchezza materiale non è sinonimo, necessariamente, di
ricchezza spirituale
. Certo, chi è ricco spiritualmente attrae più facilmente condizioni di vita piacevoli, talvolta anche beni materiali, perché ha un atteggiamento costruttivo. Ma allo stesso modo, proprio perché ha scelto di intraprendere una strada più difficile, quella del risveglio, potrebbe trovarsi ad affrontare, lungo il percorso di
rinascita interiore
, ostacoli tesi a testarne la volontà e a migliorarlo. Quindi, attenzione alle generalizzazioni e, soprattutto, alle strumentalizzazioni della legge del Karma.
Probabilmente molti di noi ignorano l’esistenza di numerose
tipologie di Karma
: oltre a quello individuale, esistono un Karma familiare, collettivo, mondiale. Il
Karma familiare
, per esempio, è quello che riguarda un’intera famiglia con debiti spirituali peculiari, i quali si riversano sull’intero nucleo. Il
Karma collettivo
riguarda invece, come suggerisce il termine, la collettività, intesa come abitanti di un quartiere, di una città o di un intero paese. Il
Karma mondiale
è la sofferenza, il debito internazionale. In tutti questi casi il nostro ruolo rimane attivo, non siamo semplici vittime del mondo, della famiglia o della collettività ma quel Karma ci appartiene.

La legge dell’attrazione di cui ci parla la Fisica Quantistica è simile alla legge del Karma. Secondo questa branca scientifica l’Universo è composto da un sistema di forze energetiche invisibili detto “campo”. Esso avrebbe la capacità di influenzare la realtà visibile. Ogni cosa sarebbe formata da energia in movimento. In tale ottica tutti noi siamo fatti di energia vibrante ma esistono forme di energia con frequenze diverse: ogni corpo, come affermava Planck, vibra in modo personale e quelle stesse vibrazioni attirano vibrazioni simili. Si tratta della legge di attrazione, o legge di risonanza. Ed ecco che si comprende, quindi, come chi ci circonda sia sintonizzato con noi dal punto di vista energetico. Inutile lamentarsi se le persone con cui interagiamo non ci soddisfano, il cambiamento deve partire dall’interno.
Ma c’è di più: ritornando ai principi della fisica quantistica, i ricercatori Bohr e Heisenber nel 1927 si accorsero che le particelle di elettroni celano una natura duplice: in alcuni casi sono onde invisibili, altre volte sono corpuscoli visibili. A offrire una spiegazione a tale stranezza è Heisenberg, secondo il quale le particelle si comportano come onde, invisibili, quando non vengono osservate. Mentre, quando le si osserva, si trasformano in corpuscoli di materia. Si deduce l’importanza del ruolo dell’osservatore, che in quest’ottica determina la realtà. Basta osservare le particelle per modificarne la natura. Visto che tutta la materia è composta di particelle subatomiche, noi stessi potremmo far apparire le cose su cui poniamo il focus, l’attenzione. Se così fosse, saremmo noi a plasmare la realtà circostante, focalizzandoci su qualcosa piuttosto che su qualcos’altro.
Che c’entra tutto questo con la legge del Karma? C’entra eccome perché, in entrambi i casi, siamo noi a determinare la realtà con le nostre scelte e i nostri pensieri. Sarà il caso di iniziare a cambiare prospettiva?



I legami tra i vivi e i morti
Parleremo della vita dell’essere umano nel mondo spirituale (in sanscrito si definisce con la parola Devachan) tra due incarnazioni. Prima di tutto bisogna ricordarsi, che questa vita non si svolge in un luogo diverso da quello in cui ci troviamo ora, infatti il mondo spirituale, il mondo astrale e il mondo fisico sono tre sfere che si interpenetrano a vicenda. Quel che distingue il mondo spirituale dal mondo fisico, è che al suo attuale grado di evoluzione, l’uomo è provvisto di organi che percepiscono ciò che è fisico, ma non di organi in grado di percepire lo spirituale. Immergiamoci ora nell’ anima di un essere umano che si trovi tra due incarnazioni: egli si trova nello stato spirituale, ma non dispone più di ciò che le entità superiori avevano elaborato nel suo corpo eterico e nel suo corpo astrale. Ciò che egli stesso, invece, ha forgiato in sé, nel corso di numerose esistenze, rappresenta ora il suo unico bene.
Il legame tra due persone può essere il risultato di condizioni naturali, come tra fratelli e sorelle, tuttavia anche un legame morale e spirituale, si aggiunge sempre a quello naturale. Grazie al karma, noi siamo membri di una stessa famiglia, ma non tutto è regolato dal karma. Per esempio, due esseri che non erano uniti da niente e che erano separati perfino da ostacoli esterni, possono infatti diventare amici intimi. Questo tipo di legame, paragonato a quello naturale che sussiste tra fratelli e sorelle, rappresenterà un mezzo molto più potente, per sviluppare gli organi spirituali. Le facoltà che l’uomo sviluppa, grazie a questo tipo di legami, gli danno la possibilità di sperimentare effettivamente qualcosa di spirituale e di prepararsi per il Devachan.
Colui quindi, che acquisisce sulla Terra conoscenza e pratica spirituale, percepirà lo spirito anche nell’ aldilà. Lo scopo della vita fisica, perciò dovrebbe essere quello di aumentare sempre più la nostra coscienza del mondo spirituale. Da qui deriva il valore inestimabile dell’esistenza sul piano fisico. Per gli uomini non c’è altro modo di acquisire organi in grado di percepire lo spirituale, se non avendo un’attività spirituale sul piano fisico: è infatti attraverso questa che si aprono gli organi di percezione spirituale. E nessuna preparazione può essere migliore, del legame dell’anima che unisce esseri, che nessuna ragione istintiva univa in un primo tempo.
Se abbiamo forgiato in questo modo un legame spirituale, con un altro essere sul piano fisico, questo legame fa parte essenziale di ciò che permane dopo la morte. Ed esso rimane attivo nel defunto e in colui che gli sopravvive. Chi ha lasciato il piano fisico, resta così unito a colui che vi rimane, attraverso uno stretto legame. Il defunto resta cioè in rapporto, dopo la morte, con gli esseri che ama.
I rapporti precedenti instaurati sul piano fisico, sono quindi come cause che nel Devachan producono effetti. Perciò il mondo spirituale è il mondo dei risultati, degli effetti, mentre il mondo fisico è il mondo delle cause. Gli uomini, devono quindi sulla Terra conquistarsi sempre di più rappresentazioni sulla vita dopo la morte, per essere quindi in grado di ricordarsene dopo la morte.
Reincarnazione: illusione o verità?
Intanto cosa si intende per reincarnazione? E’ da qui che si deve cominciare quando si affronta questo tema particolarmente discusso. Per  reincarnazione, in generale, si intende la rinascita dell’anima o dello spirito di ciascun uomo dopo la morte.

Dopo la morte terrena, coloro che credono nella reincarnazione credono nella trasformazione dell’anima e dello spirito dell’individuo in un altro corpo fisico. E’ ovvio che quello della reincarnazione è un tema che non può essere slegato dalla credenza religiosa di ciascun individuo ed è proprio per questo motivo che, ad oggi, il dibattito è più che mai aperto e discusso.
Il mondo culturale e religioso orientale, al pari di alcuni movimenti cosiddetti spiritistici, crede fermamente nella reincarnazione e si contrappone a coloro che invece scongiurano l’idea di una traslazione dell’anima e dello spirito dell’uomo dopo la morte terrena. La reincarnazione è alla base dell’induismo, del giainismo, del sikhismo e del buddhismo (anche se in quest’ultimo caso la reincarnazione non riguarda l’anima ma il karma).
Insomma il tema della reincarnazione è molto più frequente nell’Oriente anche se pure alcune correnti di pensiero occidentali hanno fatto di questa tema la base delle loro teorie: pensiamo per esempio alla scuola filosofica a cui faceva capo Platone, oppure al misticismo neoplatonico pagano con Plotino, Giamblico e Proclo. Anche Pitagora sembrano essere stato tra i primi esponenti a sostenere la dottrina della reincarnazione. Come sempre quando si affrontano temi delicati come questo, non si finisce mai di documentarsi al riguardo. Gli spunti in merito sono tanti e  ognuno ha le basi per poter decidere a cosa credere.
 
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